VOLUME ETICA E ATTO MEDICO
L'OMCeO di Roma e Provincia ha voluto promuovere una riflessione multidisciplinare intorno all'atto medico, al fine di elaborarne una definizione aggiornata e operativa, capace di orientare la professione medica
Nel corso dei secoli, ogni epoca è stata chiamata a interrogarsi sulla professione medica. Questo accade non perché mutino i principi fondamentali della professione medica, ma perché muta il contesto scientifico, sociale e culturale entro il quale tali principi sono chiamati a tradursi nella pratica clinica. La medicina è una disciplina in continua evoluzione: le conoscenze progrediscono, gli strumenti diagnostici e terapeutici diventano sempre più avanzati e la ricerca, insieme all’innovazione tecnologica, apre nuove possibilità di cura e di prevenzione. Eppure, al cuore dell’atto medico resta l’incontro tra due persone, ciascuna portatrice di una propria prospettiva: da un lato chi affida al medico il proprio bisogno di cura, dall’altro il professionista che offre conoscenza, esperienza e responsabilità.
È questo il motivo per cui riflettere oggi sull’atto medico assume un significato che va oltre la definizione di una funzione professionale. Significa interrogarsi sul rapporto tra scienza e coscienza, tra innovazione e responsabilità, tra progresso tecnologico e dimensione umana della cura. Significa, soprattutto, riaffermare il valore di una professione che continua a fondarsi sul giudizio clinico, sulla relazione con il paziente e sulla capacità di assumere decisioni che non possono essere ridotte alla mera applicazione di conoscenze tecniche.
Non vi è dubbio alcuno che la medicina contemporanea disponga di strumenti straordinari. La diagnostica è divenuta progressivamente più accurata, la ricerca biomedica apre prospettive fino a pochi anni fa impensabili, la medicina di precisione consente approcci terapeutici sempre più personalizzati e patient-centered, mentre l’intelligenza artificiale si propone come supporto destinato a contribuire alla trasformazione dell’organizzazione dei servizi sanitari e della pratica clinica. Sarebbe tuttavia un errore interpretare questa evoluzione come un conseguente ridimensionamento del ruolo del medico. Al contrario, quanto più aumentano la quantità di informazioni disponibili e la complessità delle decisioni, tanto più diventa essenziale la capacità di interpretarle criticamente, contestualizzarle e tradurle in scelte appropriate per la persona concreta.
L’atto medico, infatti, non coincide con una procedura né con un protocollo “asettico”. È un processo che integra evidenze scientifiche, competenze professionali, esperienza clinica, ascolto, conoscenza del contesto e attenzione ai valori della persona assistita. Ogni decisione richiede un equilibrio tra elementi oggettivi e dimensioni che nessun algoritmo può pienamente rappresentare: la storia del paziente, le sue aspettative, le sue fragilità, la qualità della relazione di fiducia che si costruisce nel percorso di cura. È proprio questa dimensione relazionale che continua a distinguere la medicina come professione. La relazione di cura non costituisce un elemento accessorio dell’attività clinica, ma il luogo nel quale il sapere scientifico trova il proprio significato. Senza fiducia, ascolto e condivisione, anche le migliori conoscenze rischiano di perdere efficacia. Per questo motivo la competenza tecnica e quella umana non rappresentano due dimensioni separate, ma aspetti complementari di una stessa responsabilità professionale.
Questa responsabilità non riguarda solo il singolo professionista, ma l’intera comunità medica. In questo quadro, gli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri svolgono un presidio essenziale per la tutela della professione, della qualità dell’esercizio medico e dei principi etici e deontologici che ne definiscono l’identità. Attraverso la promozione della formazione continua, dell’aggiornamento delle competenze e della cultura della responsabilità professionale, gli OMCeO contribuiscono a garantire che l’evoluzione della medicina si accompagni a un impegno costante per la qualità delle cure e per la fiducia dei cittadini. In una fase storica segnata da profonde trasformazioni scientifiche e tecnologiche, il loro ruolo è centrale nel sostenere una professione capace di coniugare conoscenza, innovazione e attenzione alla persona.
Questi principi si riflettono anche nella formazione delle nuove generazioni di medici. In questo contesto, ad avere un ruolo fondamentale sono le università, che hanno il compito di trasmettere conoscenze scientifiche rigorose e competenze cliniche avanzate, ma anche di educare al metodo, al pensiero critico e alla consapevolezza del valore etico e sociale della professione. Formare un medico significa aiutarlo a comprendere che ogni progresso scientifico apre nuove possibilità, ma comporta anche nuove responsabilità; che l’innovazione richiede capacità di valutazione e discernimento; che la competenza non si esaurisce nel possesso delle conoscenze, ma si esprime nella capacità di applicarle con consapevolezza. In questa prospettiva, ricerca, didattica e assistenza sono dimensioni profondamente integrate. La ricerca alimenta l’avanzamento della medicina e rende possibili nuove strategie diagnostiche e terapeutiche; la formazione prepara professionisti in grado di interpretare criticamente tali progressi; l’attività clinica restituisce alla ricerca nuove domande e nuovi bisogni, mantenendo saldo il riferimento alla complessità della persona. Da questa relazione dinamica nasce una medicina capace di innovare senza perdere la propria vocazione scientifica e umanistica.
Il volume che il lettore ha tra le mani offre un contributo significativo a questa riflessione. Lo fa evitando semplificazioni e affrontando l’atto medico nella pluralità delle sue dimensioni: filosofica, epistemologica, etica, giuridica, organizzativa e professionale. La ricchezza delle prospettive proposte dimostra come la complessità della medicina contemporanea richieda un dialogo costante tra saperi diversi, nella convinzione che nessuna disciplina, da sola, sia sufficiente a interpretare le sfide del nostro tempo. La storia della medicina insegna che il progresso non consiste soltanto nell’acquisizione di nuove conoscenze, ma nella capacità di utilizzarle per migliorare concretamente la vita delle persone. È questa la misura autentica dell’innovazione. Ed è anche il criterio con cui continueremo a valutare le trasformazioni che attendono la professione medica nei prossimi anni.
In conclusione, ripensare l’atto medico, dunque, significa riflettere sull’idea stessa di persona, di salute e di responsabilità che vogliamo promuovere. Perché la medicina continuerà certamente a cambiare, come è sempre cambiata. Cambieranno gli strumenti, le tecnologie, le organizzazioni, le possibilità diagnostiche e terapeutiche; ma rimarrà immutato ciò che ne costituisce il fondamento più profondo: la responsabilità di mettere la scienza al servizio della persona, custodendo, attraverso la cura, uno dei valori più alti dell’essenza stessa di una società.
Antonella Polimeni
Magnifica Rettrice Sapienza Università di Roma
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